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Piero Golia, “Welcome”, 2005

Piero Golia, “Welcome”, 2005

BUILDINGBOX: 6/12

a cura di Nicola Trezzi

4 Feb 2019 @ 10:00 AM - 5 Mar 2019 @ 11:59 PM

Attraverso idee, forme e gesti specifici, Piero Golia crea opere che sovvertono la concezione dell’arte contemporanea. Spesso la loro ambientazione è uno spazio pubblico, sebbene non appartengano ad alcuna categoria, non si tratta infatti né di Land Art né di arte pubblica. Ad esempio nel 2006, facendo eco all’opera di Bas Jan Ader, scomparve da New York per riapparire tre settimane dopo a Copenaghen per tenere una presentazione alla Royal Academy of Arts sul suo atto di sparizione. Nel 2010, creò Luminous Sphere, una sfera luminosa, installata sul tetto dello Standard Hotel sulla Sunset Boulevard a Los Angeles, che si accende quando l’artista è in città e si spegne quando viaggia. Nel 2005, sempre a Los Angeles, ha dato inizio alla Mountain School of Art (MSA^) con l’artista Eric Wesley. Se da un lato il progetto richiama il leggendario “Black Mountain College”, dall’altro sfida le differenze tra una scuola, un’opera d’arte, un bar e un centro sociale, dove si mescola arte, educazione, fare contatti e fare amicizia. Concepita come parte di un corpo di lavori creati per disorientare lo spettatore, Welcome, sottosopra, raccoglie non solo lo spirito originario della sua creazione, ma diventa, in un tempo come il nostro, una dichiarazione importante.

L’opera di Piero Golia (Napoli, Italia, 1974) è stata oggetto di mostre personali presso l’Ulrich Museum of Art di Wichita, Kansas (Stati Uniti), la Kunsthaus Baselland di Basilea, Svizzera, la Fondazione Memmo di Roma, il Nasher Sculpture Center di Dallas, Gagosian Gallery di Roma, Parigi e Los Angeles, Almine Rech Gallery di Bruxelles, Galleria Fonti di Napoli, lo Stedeljik Museum di Amsterdam, l’Uplands Gallery di Melbourne, Australia, Bortolami di New York, Istituto Svizzero di Roma (con Fabian Marti), Cosmic Galerie di Parigi, Galleri Christina Wilson di Copenaghen, Viafarini di Milano, Ecart di Basilea e Studio Morra di Napoli.

L’artista ha inoltre partecipato a mostre collettive presso il Museum of Contemporary Art di Detroit, l’Hammer Museum di Los Angeles, il MAXXI di Roma, il MOCA di Los Angeles, il MARCO di Vigo (Spagna), il Witte de With di Rotterdam, Olanda, la Fundación/Colección Jumex di Città del Messico, il Moderna Museet di Stoccolma, MoMA|PS1 di New York, la Serpentine Gallery

di Londra, lo Sculpture Center di New York, l’Astrup Fearnley Museum of Modern Art di Oslo, lo Swiss Institute di New York e il Folkwang Museum di Essen (Germania). Ha inoltre preso parte a diverse biennali come la Biennale di Mosca, la Biennale di Praga, Performa, il Padiglione italiano alla Biennale di Venezia, Prospect a New Orleans e Site Santa Fe, New Mexico (Stati Uniti).

BUILDINGBOX è uno spazio indipendente facente parte della galleria, caratterizzato da un programma autonomo. Il progetto inaugurale, a cura di Nicola Trezzi, apre nella settimana di Rosh HaShana, il capodanno dell’anno 5779, come dice il titolo stesso, secondo il calendario ebraico.

Seguendo queste premesse, ossia una vetrina visibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e un calendario di 12 mesi (Nisan, Iyar, Sivan, Tammuz, Av, Elul, Tishrei, Marcheshvan, Kislev, Tevet, Shevat e Adar), “5779“ è una mostra collettiva nella quale le varie opere d’arte non sono presentate una vicino all’altra, bensì piuttosto una dopo l’altra. La struttura del calendario, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, diventa la linea guida per la presentazione delle opere di molteplici artisti; questa impostazione trasforma il concetto stesso di mostra collettiva: da coesistenza e giustapposizione, a linearità e processione.

Inoltre, questo tipo di strutturazione decostruisce l’essenza stessa della mostra collettiva, che è, per definizione, una mostra con varie opere d’arte, di vari artisti, presentate una vicino all’altra in uno spazio definito e per un periodo di tempo limitato. Con “5779“ l’idea della mostra collettiva, nella quale opere d’arte di diversi artisti appaiono una dopo l’altra nello stesso spazio, sostituendosi, subentrando l’una all’altra, suggerisce un’inversione dell’equazione alla base del fare mostre. Piuttosto che organizzare una mostra a partire dallo spazio, come succede usualmente, questa volta la mostra viene costruita sulla base del tempo.