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Patrick Tuttofuoco

Patrick Tuttofuoco

BUILDINGBOX

A cura di Nicola Trezzi

 

11 Set 2018 - 8 Ott 2018

La prima opera a far parte di 5779 è Senza Titolo (2009) di Patrick Tuttofuoco. L’artista considera la mano, soggetto dell’opera, quale simbolo finale del fare umano, specialmente in un periodo storico, il nostro, in cui l’Occidente tende sempre di più a trasferire la produzione in Oriente. Senza Titolo ingloba delle tematiche, quali la tecnologia, l’artigianato e la globalizzazione, che ricorrono nella pratica artistica di Tuttofuoco sin dai suoi esordi, e vuole essere un’espressione di profonda fiducia nell’attuale accelerazione del progresso umano, che è al tempo stesso fiducia di trovare un “nuovo equilibrio tra l’uomo e la realtà fisica che lo circonda, un equilibrio che dovrebbe prendere in considerazione il macro e il micro allo stesso tempo”.

Senza Titolo di Patrick Tuttofuoco rimarrà esposta fino all’8 ottobre, il trentesimo giorno di Tishrei, il primo mese del calendario ebraico.

Alla fine dei 12 mesi, BUILDING pubblicherà un catalogo concepito come un calendario, includendo tutte le 12 opere d’arte presentate durante l’anno, che saranno rivelate mese dopo mese.

Patrick Tuttofuoco (Milano, 1974) è un artista di base a Berlino. Sue mostre personali sono state presentate presso Studio Guenzani a Milano, Haunch of Venison a Londra, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino, Künstlerhaus Bethanien a Berlino, Pilar Corrias a Londra, Peres Project a Berlino (con John Kleckner), HangarBicocca a Milano, Federica Schiavo a Milano e Grandi Officine Riparazioni a Torino. Tuttofuoco ha partecipato a numerose mostre collettive tra cui la Biennale di Venezia nel 2003, Manifesta 5 nel 2004, la Biennale di Shanghai del 2006 e la Biennale dell’Havana nel 2009.

BUILDINGBOX è uno spazio indipendente facente parte della galleria, caratterizzato da un programma autonomo. Il progetto inaugurale, a cura di Nicola Trezzi, apre nella settimana di Rosh HaShana, il capodanno dell’anno 5779, come dice il titolo stesso, secondo il calendario ebraico.

Seguendo queste premesse, ossia una vetrina visibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e un calendario di 12 mesi (Nisan, Iyar, Sivan, Tammuz, Av, Elul, Tishrei, Marcheshvan, Kislev, Tevet, Shevat e Adar), 5779 è una mostra collettiva nella quale le varie opere d’arte non sono presentate una vicino all’altra, bensì piuttosto una dopo l’altra. La struttura del calendario, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, diventa la linea guida per la presentazione delle opere di molteplici artisti; questa impostazione trasforma il concetto stesso di mostra collettiva: da coesistenza e giustapposizione, a linearità e processione.

Inoltre, questo tipo di strutturazione decostruisce l’essenza stessa della mostra collettiva, che è, per definizione, una mostra con varie opere d’arte, di vari artisti, presentate una vicino all’altra in uno spazio definito e per un periodo di tempo limitato. Con 5779 l’idea della mostra collettiva, nella quale opere d’arte di diversi artisti appaiono una dopo l’altra nello stesso spazio – sostituendosi, subentrando l’una all’altra – suggerisce un’inversione dell’equazione alla base del fare mostre. Piuttosto che organizzare una mostra a partire dallo spazio, come succede usualmente, questa volta la mostra viene costruita sulla base del tempo.