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Jamie Isenstein, “Sand Lamp”, 2014

Jamie Isenstein, “Sand Lamp”, 2014

BUILDINGBOX: 9/12

a cura di Nicola Trezzi

3 Giu 2019 - 1 Lug 2019

Jamie Isenstein
Sand Lamp, 2014
68 kg di sabbia, acqua, spina, filo elettrico, paralume, lampadina
63,5 x 63,5 x 60,9 cm

Sand Lamp (68 kg) è una scultura e al tempo stesso una performance e un oggetto domestico. L’opera consiste in una montagna di sabbia che sostiene una lampadina accesa all’interno di un paralume. Installare l’opera è un po’ come costruire un castello di sabbia sulla spiaggia, ogni iterazione è diversa. Sebbene di solito sia la sabbia a fungere da sostegno, la lampadina e il paralume sembrano sull’orlo del collasso, aggiungendo a un oggetto altrimenti statico un elemento di Slapstick Comedy [sottogenere del film comico nato con il cinema muto in Francia nei primi del Novecento e sviluppatosi negli Stati Uniti negli anni venti, ndr].

In inglese e in altre lingue, il corpo umano è usato come metafora per descrivere diverse parti di una lampada: per esempio le lampade hanno “braccia” e “piedi”. In questo caso il “corpo” della lampada è come se fosse un corpo umano fatto di materia mutevole che cambia con il passare del tempo (come la sabbia in una clessidra). L’opera si rifà inoltre agli Earthworks di Robert Smithson, specificatamente le sue opere che includono specchi e sabbia, fra cui in particolare Mirrors and Shelly Sand (1969-1970), un’opera che consiste in montagne di sabbia che sostengono una linea di specchi. Mentre Smithson usa la sabbia quale materiale entropico inteso come metafora di forze ambientali, io ho usato la sabbia quale riferimento dell’entropia corporea. Trasformando un materiale naturale in un oggetto domestico, Sand Lamp (68 kg) è anche un’allusione umoristica all’uso degli specchi da parte di Smithson per la loro abilità di dislocare e confondere dentro e fuori”.

– Jamie Isenstein

Jamie Isenstein (1975, Portland, Oregon) vive e lavora a New York. La sua opera è stata soggetto di mostre personali in varie location, fra cui: Institute of Fine Arts, New York University a New York, Gluck50 a Milano, Joseloff Gallery,West Hartford(USA), Hartford Art School a Hartford CT (USA) con Michael E. Smith, Head Space, Crisp-Ellert Art Museum a St. Augustine(USA), Meyer Riegger a Berlino, Andrew Kreps Gallery a New York, Douglas F. Cooley Memorial Art Gallery, Reed College a Portland, The Arcade Gallery, the University of Texas a Austin, etc. Galerie a Praga, Michael Benevento Gallery a Los Angeles, Hammer Museum a Los Angeles, Galerie Giti Nourbakhsch a Berlino e Guild & Greyshkul a New York.

 

Ha partecipato a mostre collettive in istituzioni quali: Whitney Museum of American Art a New York, Atlanta Contemporary Art Center ad Atlanta, Palais de Tokyo a Parigi, Contemporary Arts Museum a Houston, South Eastern Center for Contemporary Art a Winston-Salem (USA), Whitworth Art Gallery a Manchester (Regno Unito),MoMA|PS1a New York, Kunsti Museum of Art a Vaasa (Finlandia), Arizona State University Art Museum, Phoenix, CCS Bard Hessel Museum, Annandale-On-Hudson(USA), Davis Museum at Wellesley College in Wellesley (USA), Maier Museum of Art, Randolph-Macon Woman’s College a Lynchburg (USA), CCA Wattis a San Francisco, mumok a Vienna e in biennali e festival quali Manchester International Festival and the Liverpool Biennial.

BUILDINGBOX è uno spazio indipendente facente parte della galleria, caratterizzato da un programma autonomo. Il progetto inaugurale, a cura di Nicola Trezzi, apre nella settimana di Rosh HaShana, il capodanno dell’anno 5779, come dice il titolo stesso, secondo il calendario ebraico.

Seguendo queste premesse, ossia una vetrina visibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e un calendario di 12 mesi (Nisan, Iyar, Sivan, Tammuz, Av, Elul, Tishrei, Marcheshvan, Kislev, Tevet, Shevat e Adar), 5779 è una mostra collettiva nella quale le varie opere d’arte non sono presentate una vicino all’altra, bensì piuttosto una dopo l’altra. La struttura del calendario, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, diventa la linea guida per la presentazione delle opere di molteplici artisti; questa impostazione trasforma il concetto stesso di mostra collettiva: da coesistenza e giustapposizione, a linearità e processione.

Inoltre, questo tipo di strutturazione decostruisce l’essenza stessa della mostra collettiva, che è, per definizione, una mostra con varie opere d’arte, di vari artisti, presentate una vicino all’altra in uno spazio definito e per un periodo di tempo limitato. Con 5779 l’idea della mostra collettiva, nella quale opere d’arte di diversi artisti appaiono una dopo l’altra nello stesso spazio – sostituendosi, subentrando l’una all’altra – suggerisce un’inversione dell’equazione alla base del fare mostre. Piuttosto che organizzare una mostra a partire dallo spazio, come succede usualmente, questa volta la mostra viene costruita sulla base del tempo.