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Pascale Marthine Tayou, “David Crossing the Moon”, 2007

Pascale Marthine Tayou, “David Crossing the Moon”, 2007

BUILDINGBOX: Shevat, 5/12

A cura di Nicola Trezzi

6 Gen 2019 @ 10:00 AM - 3 Feb 2019 @ 7:00 PM

Ho sempre cercato di esprimere me stesso, sia che si tratti di arte oppure no. In questo frangente l’arte per me è una via di sopravvivenza: non solo mangiare, bere, dormire, ma sentirsi bene, condividere delle storie e apprezzare delle persone […]. Non ho un piano specifico. Seguo le energie che la gente mi da e quindi vado quando sono invitato a condividere le mie esperienze. Sono nomade poiché gli altri mi danno questa opportunità. Muoversi nel mondo, per me, è un modo per esistere”. – Pascale Marthine Tayou

L’opera di Pascale Marthine Tayou è caratterizzata dalla sua variabilità poiché non definisce la sua pratica mediante un medium specifico o particolari tematiche. Sebbene il suo lavoro possa portare a una varietà di problematiche, domande e conclusioni, le sue opere hanno tutte lo stesso punto di partenza: l’artista. Una delle azioni più forti in questo frangente è il fatto che dall’inizio del suo percorso come artista Pascale Marthine Tayou abbia aggiunto la “e” al suo primo e secondo nome in modo da caratterizzarli da una finale femminile, mettendo quindi in questione l’importanza dell’autorialità artistica in relazione al genere, per non parlare del desiderio di sfuggire a qualsiasi limitazione legata a una specifica origine culturale o geografica. “Sebbene i miei antenati vivessero tra gli alberi, attraverso la mia educazione e attraverso le lingue ho conquistato degli strumenti per capire il mondo occidentale. Io vivo simultaneamente in entrambi i mondi. Viaggiare dall’Africa all’Europa è per me come viaggiare di città in città. La mia tradizione è la tradizione umana. Rimasi molto impressionato quando imparai per la prima volta A, B, C, D, ma queste lettere sono un codice universale. Non ho mai sognato di lasciare il mio paese; è accaduto naturalmente. Di conseguenza non ho nessun interesse in tematiche sociali come l’immigrazione” dice l’artista. Il suo lavoro non solo si colloca tra diverse culture, tra umanità e natura, ma mette anche in questione, attraverso l’ambivalenza, lo stesso concetto di costruzione sociale, politica o culturale.La sua pratica è deliberatamente mobile, elusiva, lontano da schemi prestabiliti ed eterogenea, da sempre eco alla nozione di viaggio e alla figura del nomade, sebbene in un modo spontaneo. Le sue sculture, installazioni, disegni e video sembrano avere un aspetto comune: sono tutti legati al tragitto di un individuo che si muove attraverso il mondo, un mondo che sembra profondamente avventuroso e genuinamente sfaccettato.

Da venticinque anni, Pascale Marthine Tayou (Nkongsamba, Cameron, 1966) è una delle voci più importanti del panorama dell’arte contemporanea.

Il suo lavoro è stato soggetto di mostre personali istituzionali presso Bass Museum a Miami, CAC a Malaga, Spagna, Bozar a Bruxelles, Kunsthalle a Bregenz, Austria, MACRO a Roma, MUDAM in Lussemburgo, MAC a Lione, Malmö Konsthall, Svezia, Kunsthalle Wien a Vienna, Marta Herford, Germania, SMAK a Gent, Belgio, Portikus a Francoforte, Germania, Palais de Tokyo a Parigi e Kunsthalle di Berna, Svizzera; sue mostre personali sono state organizzate presso Galleria Continua a San Giminiano, Pechino e Boissy-le-Châtel, Francia.

Le sue opere sono state incluse in mostre collettive in istituzioni quali MAXXI a Roma, Pinchuk Art Center a Kiev, Vuitton Foundation a Parigi, the National Gallery of Victoria a Melbourne, ZEITH MOOCA a Città del Capo, Louisiana Museum of Art a Humlebaek, Danimarca, MACBA a Buenos Aires, Museum für Moderne Kunst a Francoforte, Germania, Hayward Gallery a Londra, Musée du Louvre a Parigi, The Garage Centre for Contemporary Culture a Mosca, HangarBicocca a Milano, Fondazione Nomas a Roma, Centre Pompidou a Parigi, Museum Kunst Palast a Düsseldorf, Germania, Mori Art Museum a Tokyo, Musée d’art Moderne de la ville de Parise Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino; ha partecipato alle edizioni del 1997 delle biennali dell’Havana, Kwangju e Johannesburg, la Sydney Biennale del 1998, la Liverpool Biennale del 1999, le edizioni del 2000 delle biennali di Lione e Taipei, la Biennale di Berlino del 2001, le edizioni del 2002 di Documenta e della Biennale di San Paolo, le edizioni del 2003 di Skulptur Projekte Münster, Biennale di Istanbul e Tate Triennale, la Biennale di Venezia del 2005 e 2009, la Biennale dell’Havana del 2006, le edizioni del 2008 di Prospect a New Orleans e Art Focus a Gerusalemme, le edizioni del 2012 delle biennali di Shangai e Marrakech, la Biennale di Sharjah del 2013 e l’edizione del 2018 di Dak’art a Dakar.

BUILDINGBOX è uno spazio indipendente facente parte della galleria, caratterizzato da un programma autonomo. Il progetto inaugurale, a cura di Nicola Trezzi, apre nella settimana di Rosh HaShana, il capodanno dell’anno 5779, come dice il titolo stesso, secondo il calendario ebraico.

Seguendo queste premesse, ossia una vetrina visibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e un calendario di 12 mesi (Nisan, Iyar, Sivan, Tammuz, Av, Elul, Tishrei, Marcheshvan, Kislev, Tevet, Shevat e Adar), 5779 è una mostra collettiva nella quale le varie opere d’arte non sono presentate una vicino all’altra, bensì piuttosto una dopo l’altra. La struttura del calendario, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, diventa la linea guida per la presentazione delle opere di molteplici artisti; questa impostazione trasforma il concetto stesso di mostra collettiva: da coesistenza e giustapposizione, a linearità e processione.

Inoltre, questo tipo di strutturazione decostruisce l’essenza stessa della mostra collettiva, che è, per definizione, una mostra con varie opere d’arte, di vari artisti, presentate una vicino all’altra in uno spazio definito e per un periodo di tempo limitato. Con 5779 l’idea della mostra collettiva, nella quale opere d’arte di diversi artisti appaiono una dopo l’altra nello stesso spazio – sostituendosi, subentrando l’una all’altra – suggerisce un’inversione dell’equazione alla base del fare mostre. Piuttosto che organizzare una mostra a partire dallo spazio, come succede usualmente, questa volta la mostra viene costruita sulla base del tempo.